giovedì 14 novembre 2013

RISOTTO AL MELOGRANO

Siamo a novembre inoltrato e i primi freddi si alternano a giornate piacevolmente soleggiate, l'inverno è alle porte, le foglie cadono copiose dagli alberi, inondando le strade di splendidi colori autunnali, caldi e malinconici. Tra i vari frutti tipici di questo periodo dell'anno c'è il melograno.
Anche detto melagrana (dal latino mela con semi), questo frutto ha svariate proprietà benefiche, ricco di potassio, diuretico naturale, ha un effetto drenante, è un ottimo antiossidante in quanto ricco di flavonoidi, ed ha effetti benefici su intestino e apparato digerente più in generale. E' anche ricco di vitamina C, con proprietà antinfiammatorie e rinfrescanti.


Gli ingredienti per 4 persone:

  • 400 gr. di riso;
  • 1 litro scarso di brodo vegetale;
  • 2 melograni grandi;
  • burro per mantecare;
  • sale q.b.
  • pepe q.b.
  • mezzo scalogno;
  • 3 cucchiai di parmigiano;
  • 1 bicchiere di vino bianco;
  • olio d'oliva.

Sgranare i due melograni e mettere da parte una manciata abbondante di grani per la decorazione dei piatti, se volete un risotto "vellutato", la restante parte dei semi potete centrifugarli, raccogliendo il solo succo, oppure con l'ausilio di un colino spremerli, altrimenti potete utilizzarli così come si presentano.
Mettere un filo d'olio in una capiente padella, e soffriggere lo scalogno tritato finemente, dopo qualche minuto aggiungere il riso e tostarlo. Aggiungere il vino bianco, farlo evaporare a fiamma alta ed aggiungere il succo o i semi di melagrana, messi da parte precedentemente.
Ora pian piano aggiungere un mestolo di brodo vegetale caldo, e cuocere il riso lentamente.
A fine cottura, aggiungere una noce di burro, il parmigiano e mantecare.
Il vostro risotto è pronto! Impiattate e decorate a piacere.
Buon appetito!







lunedì 4 novembre 2013

L'IO ANIMALE

Molto del mondo animale ci è ancora sconosciuto, basti pensare al linguaggio delle balene,che desta
interesse e impegna decine di studiosi in tutto il mondo, me che rimane ancora uno dei più grandi ed affascinanti misteri.
Ma pian piano importanti passi avanti nella conoscenza degli esseri viventi diversi dall'uomo, si stanno facendo; uno su tutti è certamente la "Dichiarazione di Cambridge sulla coscienza", stipulata nel 2012.
Questo documento suggella un momento topico per chi da sempre lotta per il rispetto dei diritti degli animali.

Un autorevole gruppo di scienziati con le più svariate specializzazioni in ambito neurologico, ha deliberato in merito al fatto che l'uomo non è l'unico essere vivente dotato di neocorteccia, cioè la parte del cervello che ospita le funzioni cognitive e di apprendimento quali il linguaggio, la memoria e le peculiarità rappresentate dallo sviluppo genetico.


I mammiferi: gli elefanti, i delfini, le scimmie etc. etc., non sono guidati solo dall'istinto; bensì gli etologi hanno dimostrato, per mezzo di lunghi periodi di osservazione, ricerca sul campo, ed esperimenti, che molti animali hanno una complessa vita sociale ed emotiva. Ad esempio nelle scimmie e nei delfini, ma non solo, si è osservato come le mamme non accettino la morte del proprio cucciolo, non riuscendo ad abbandonare il corpicino esanime.

Uno dei lati più sorprendenti dello studio sulle funzioni cognitive animali è stata la scoperta che anche gli uccelli, che non possiedono la neocorteccia ed il polpo, che hanno un percorso evolutivo diverso dal nostro, hanno coscienza di sé, comprendono quindi di essere individui diversi dagli altri.  
Le ghiandaie, ad esempio, nascondono sotterrando il cibo che raccolgono, ma se si rendono conto che un'altra ghiandaia ha visto e scoperto il nascondiglio, disotterrano e spostano il proprio "bottino".

Queste scoperte hanno richiesto una rivalutazione di numerosi preconcetti, come il fatto che gli animali siano guidati dal solo istinto.
Senza tralasciare inoltre, le importanti ripercussioni etiche e sociali che ci costringono a rivedere e ricalibrare anche il modo in cui consideriamo e trattiamo questi esseri viventi, che hanno lo stesso nostro cervello, meno complesso, ma che sono coscienti al pari dell'uomo.



martedì 29 ottobre 2013

Divorzio all'islamica in Viale Marconi


" Mi viene spontaneo chiedere: l'immigrazione non è in fin dei conti una forma di gioco d'azzardo?  Vincere tutto o perdere tutto? "
                       Amara Lakhous

                                                                                                                                                                                 




giovedì 24 ottobre 2013

FESTIVAL DEL TULIPANO

Ottobre è il mese che vide nascere una storica, coloratissima ed inebriante tradizione locale.
Nei primi anni '50 la Konynenburg & Mark, un'impresa olandese, dopo un fallimentare esperimento in Tunisia, approdò sulle piane del fiume Tevere a Monterotondo. Qui sperimentò con successo l'acclimatazione dei bulbi di tulipano che dopo la fioritura, verso marzo-aprile, venivano lasciati a riposo per poi essere trasferiti in Olanda a fine giugno e piantati in apposite serre, dove rifiorivano precocemente proponendosi così al mercato florovivaistico, con netto anticipo rispetto agli altri produttori.  
La prima piantumazione avvenne sulla proprietà di Giorgi Manforti, ad ottobre del 1951. Di lì a breve una miriade di gemme spuntarono creando un vero e proprio arcobaleno in terra. I fiori appena sbocciati venivano recisi e gettati nel fiume Tevere, l'effetto ottico era sorprendente, il fiume si trasformava in un soffice letto di petali in sinuoso, continuo movimento e i tiepidi raggi del sole primaverile, permettevano al profumo di librarsi nell'aria. 
L'idea di utilizzare il primo taglio dei tulipani per allestire carri folcloristici, iniziò a farsi strada nell'estate del 1953, quando Vittorio Alessandroni di ritorno dall'Olanda, dove aveva frequentato un corso di perfezionamento sulle tecniche colturali dei bulbi, raccontò al fratello Massimo detto "Marsichella" anch'egli assunto dalla Konynenburg, di aver visto dei meravigliosi carri floreali. Fu così che, dopo un paio di anni, i monterotondesi diedero vita alla prima edizione della Sagra del Tulipano.
Dopo aver chiesto ed ottenuto il nulla osta dell'azienda a poter utilizzare le teste di tulipano, che sarebbero comunque state gettate nel fiume, non rimaneva che individuare i personaggi con più carisma e competenze, che avrebbero organizzato, guidato e gestito il grande evento.
Furono chiamati in causa il prof. Franco Vanni che inaugurò la prima Pro Loco in Via Gramsci insieme al gruppo "Rieccoce Qua", con presidente Paolo Adoncecchi detto "Paolucciu".


Furono impiegati ben 4.000.000 di tulipani, il successo fu straripante e la manifestazione ebbe risonanza a livello nazionale.
Visti i risultati, gli anni a seguire, si andarono perfezionando le svariate tecniche e le competenze che occorrevano per la realizzazione dei carri: ebanisti, fabbri e maestri artigiani a vario titolo, ebbero modo di mettere in mostra le loro opere e mettersi in luce, di fronte ad un vastissimo pubblico entusiasta.
Il Festival del Tulipano fu di fondamentale importanza per l'economia di Monterotondo e zone limitrofe, l'indotto che generava la fiorente produzione di narcisi, iris e fiori da bulbo in genere diede un grandioso impulso alla nascita e alla crescita delle aziende del territorio.
Gli esperti locali furono talmente bravi, raggiungendo livelli ammirevoli nel perfezionamento della tecnica colturale dei tulipani che, verso la metà degli anni '70, i bulbi raggiunsero livelli di resistenza e produttività tali da permettere alla famiglia Konynenburg di riportare la produzione in Olanda, risparmiando notevolmente su costi di trasporto e gestione della merce.
Questo determinò seppure non immediatamente, un disinteresse diffuso da parte dei coltivatori locali, verso la coltura di questo fiore unico al mondo nella sua sorprendente beltà. Di conseguenza il Festival del Tulipano vide il suo declino e andò pian piano a scomparire, lasciando però nel cuore e nella mente dei carristi, dei partecipanti e degli anziani di oggi, indelebili ricordi all'insegna della felicità, della festa e della condivisione.

Un particolare ringraziamento va a Massimo Chiavistelli per gentile concessione del materiale fotografico e cartaceo.
Fonte: "Festival del Tulipano" editore Piero Leonardi; narratore Mauro Felici. 

domenica 13 ottobre 2013

ORTI URBANI

Sarà un tormentone destinato a finire nel dimenticatoio entro breve, oppure si sta radicando una mentalità "eco" nei cittadini del 2000? Sta di fatto che di orti urbani se ne sente parlare sempre più spesso e l'interesse generale sembra intensificarsi, in merito all'argomento; bene, anzi benone! Sì perché a parer mio, l'espandersi di questi progetti, che vedono rinascere aree urbane, spesso abbandonate, ha solo ed esclusivamente lati positivi. Uno tra tutti la convivialità, negli orti condominiali ci si può incontrare, scambiarsi idee, fare la conoscenza di persone che abitano nel nostro stesso stabile, ma che non abbiamo mai guardato negli occhi. Quanti di noi, presi dalla routine lavoro-casa-famiglia-lavoro incontrando il vicino della porta accanto al supermercato o alla posta a far la fila, non lo riconoscerebbero neanche? molti, credo. Quante saranno le volte che ci soffermiamo a fare due chiacchiere con il condomino, invece di salutarlo con un freddo e distratto buongiorno senza neanche alzare gli occhi da terra; poche volte, se non mai. La società moderna ci vede uomini e donne in carriera, gli anziani seduti ad un tavolino di un bar anonimo, o su una qualche panchina in strada, se non peggio parcheggiati sul divano, con l'unica compagnia auspicabile, la TV, mentre i bambini stanno incollati davanti ai videogames.Triste vero?
Deleterie abitudini hanno preso ormai il sopravvento, ma non disperate ...... una cura c'è! Gli orti urbani ovviamente. In molte città italiane associazioni locali, privati o pubbliche amministrazioni si sono già attivate, e sembra con ottimi risultati. La possibilità per chiunque lo desideri, di occuparsi di un piccolo appezzamento di  terra da coltivare è colta come una grande opportunità; infatti come dicevamo i pro sono svariati. Produrre localmente frutta e verdura da poter consumare in famiglia e non solo, la filiera è più che controllata: produttore e consumatore sono la medesima persona. Volendo l'eventuale surplus di produzione si può vendere, così si proporrebbe un prodotto a Km 0, che non avrà subìto sbalzi di temperatura nello spostamento tra celle frigo e container, un prodotto ovviamente biologico, chi di noi concimerebbe con prodotti chimici o tratterebbe con pesticidi alimenti destinati alla propria tavola. Inoltre la diversificazione nelle varietà coltivate, andrebbe in netto contrasto con lo sfruttamento intensivo delle mega coltivazioni gestite dalle multinazionali.
Riappropriarsi e rivivere in maniera attiva il proprio territorio, è un terzo elemento a favore di queste iniziative. Guardiamoci intorno, nel nostro quartiere, nella nostra zona, a due passi da casa quanti di noi noterebbero dei terreni totalmente abbandonati a se stessi? In ogni metropoli, ma anche nei centri meno urbanizzati, ci sono decine e decine di questi luoghi dove il degrado prende il sopravvento, i comuni troppo spesso non hanno liquidità sufficiente in cassa per bonificare queste aree, che diventano terreno fertile per  loschi affari, vere e proprie discariche a cielo aperto, in poche parole terra di nessuno. La pratica ortiva permette di riqualificare questi luoghi, di ridargli nuova vita, a costo praticamente zero per i comuni e con un guadagno incalcolabile a livello etico, e di virtuosità. Inoltre il fatto di non dover spender soldi per la manutenzione di un terreno, di cui si occuperebbero i coltivatori, non sarà un guadagno ma un risparmio certamente sì. Non vi ho ancora convinti ?!
Ho altre carte da giocare: l'impatto educativo, sarebbe infatti estremamente importante coinvolgere i bambini sin dalla più tenera età, rendendoli parte attiva nella coltura di piante, frutta e verdura. I nostri giovani crescono totalmente ignari delle caratteristiche e potenzialità del mondo contadino; al giorno d'oggi approcciare l'ambito agricolo con mentalità imprenditoriale e sfruttando le nuove tecnologie, può avere risvolti lavorativi inimmaginabili. Abbandoniamo lo stereotipo dell'agricoltore analfabeta, trasandato che si sveglia prima del canto del gallo per andare a zappar terra e badare al bestiame. Le mansioni restano ovviamente sempre le stesse, ma con gli strumenti ed i macchinari ultra moderni che il mercato offre, e la sapienza, le conoscenze dei nostri cari anziani il connubio è esplosivo! 

lunedì 30 settembre 2013

La bambina dalle mani sporche

             

 "..... la bellezza, per essere recepita, ha bisogno di un minimo grado di silenzio .... la bellezza è ormai da tempo scomparsa. E' scomparsa sotto la superficie del rumore - il rumore delle parole, il rumore delle automobili, il rumore della musica - in cui viviamo costantemente. E' sprofondata come Atlantide. Ne è rimasta solo la parola, il cui senso è di anno in anno meno comprensibile. "
                                                                                                 
                                                                                                           Giampaolo Pansa

                                                                                                                 

venerdì 13 settembre 2013

L' ERBA DEL VICINO E' SEMPRE PIU' VERDE...

Non per noi! Siamo ormai a Settembre inoltrato, il caldo torrido ce lo siamo lasciato alle spalle, l’afa è solo un vago ricordo, ed il sudore non bagna più la nostra fronte; bene, è ora di dedicarsi al prato!
E’ in questo periodo infatti  che il manto erboso necessita di particolari cure, per ritornare rigoglioso e splendidamente verde . Approfittiamo quindi delle prime brezze autunnali e rastrello in spalla, una delle prime cose da fare è la pulizia del prato, la cosiddetta scarificatura. Questo procedimento consiste nella eliminazione di tutti quei detriti ( fogliame, rametti, residui di tosature ) che a causa della secchezza estiva, si sono pian piano stratificati, non permettendo più la giusta traspirazione del terreno e compromettendo la salute delle radici e quindi la colorazione dell’erba.
Per i terreni più duri e meno drenanti è consigliabile effettuare anche la carotatura. Questo simpatico termine suggerisce un po’ il suo significato, lasciando immaginare l’azione da compiere; a me fa sempre venire in mente il cartone animato Bugs Bunny,  alla perenne, assennata ricerca di carote da sgraffignare. Ebbene la carotatura sta nell’ effettuare un certo numero di buchi nella terra, proprio come se avessimo raccolto un bel cesto di carote, riempiendoli  poi di sabbia che permette il giusto drenaggio dell’acqua, evitando i pericolosissimi ristagni.
In questo periodo dell’anno diciamo preautunnale, lo stato vegetativo delle piante riprende quasi i ritmi primaverili, è importante quindi ricominciare con i tagli più frequenti abbassando l’altezza del prato che non ha più bisogno di mantenere l’umidità come in estate.
A questo punto saranno più evidenti le parti secche e deturpate,  nessun problema per gli infaticabili pollici verdi, rimediamo con la trasemina! Molto semplicemente, zappettando le zone “bruciate” e  seminando con la stessa tipologia di erba o magari variando la semenza, per creare un po’ di giochi di colore grazie alle innumerevoli tonalità di verde, che caratterizzano le altrettante numerose tipologie di prato in commercio, a nostra disposizione.
Non disperate, siamo quasi al traguardo; ora è il momento di dare un fondamentale aiuto al prato, di nutrirlo con del concime. Anche in questo caso la scelta è vastissima e va personalizzata in base alle caratteristiche climatiche, alla tipologia di erba, alla esposizione più o meno soleggiata del prato stesso. In linea di massima un comune concime a base di azoto andrà più che bene.
Ed ora non resta che aprire i rubinetti e………. abbeverate gli assetati! O meglio non rimane che irrigare adeguatamente e, nell’arco di un paio di settimane vedrete il vostro giardino risplendere di nuova luce.

Che ne dite di invitare il vostro vicino a prendere un caffè ?